Messa a nuovo del cinema israeliano. (Le Monde Diplomatique)

di Hubert Prolongeau, giornalista

Che essi si ispirino alla guerra e all’occupazione della Palestina o che si occupino di mettere in luce altri aspetti della realtà israeliana, i film prodotti nello stato ebraico collezionano dopo qualche anno successi nelle sale come premi nei festival. Essi appartengono a generi molto diversi: animazioni, polizieschi, commedie… Molti testimoniano una critica audace inversamente proporzionale alla tensione che caratterizza la società. Questo paradosso è dovuto ad una politica volontarista che incoraggia tanto il dinamismo del cinema nazionale quanto le coproduzioni con l’estero – e in particolare con la Francia.

Molto diversi, ma tutti ancorati ad una realtà sociale rappresentata senza compiacenza, tre film israeliani hanno segnato la stagione 2009 (in Francia, ndt.): Einaym Pkuhot di Haim Tabakman, che affronta il tema dell’omosessualità in un ambiente integralista; Vasermil di Mushon Salmona, ritratto della gioventù disoccupata di Beer Sheva e Zion and His Brother, dramma sull’immigrazione etiopica. Nel marzo del 2010 é uscito Lebanon, stupefacente visione della guerra del Libano ripresa da un carro armato, e Ajami, cronaca dal sapore poliziesco di un quartiere di Jaffa realizzata in collaborazione da un Arabo e da un Israeliano.

Dopo quindici anni il cinema israeliano moltiplica i successi e gli attestati pubblici, interrogando incessantemente la società dalla quale proviene. Lo scorso settembre il Leone d’Oro di Venezia è stato assegnato a Lebanon. Dopo Vals im Bashir nel 2009, Ajami ha concorso per l’Oscar alla miglior pellicola straniera. In Francia si tengono parecchie manifestazioni con un successo crescente, tra le quali una a Parigi e una, Regards sur le Cinéma Israélien, a Marsiglia. Un’impresa notevole date le ristrettezze della produzione: (in totale) una ventina di film all’anno.

Questo cinema ci ha messo un po’ ad emergere. Citiamo volentieri come capostipite il film Oded Hanoded di Chaim Halachmi, girato nel 1933, e come prima figura di rilievo la documentarista Ram Loevy. Negli anni ’60 emerge una corrente d’autori, la (cosiddetta) “Nuova Sensibilità“. Influenzati allo stesso tempo dalla “Nouvelle Vague” francese e dai film indipendenti americani (John Cassavetes o Lionel Rogosin), essi lasciano da parte i rimproveri di trascurare totalmente la società israeliana e il conflitto arabo-israeliano per dedicarsi a “l’arte fine a sè stessa”.
Non è che dopo la guerra del 1973, l’inizio della colonizzazione e della crisi economica, che avviene che qualche opera parli di tali temi. Tuttavia (queste) non riscuotono che un magro successo locale. Così la “Nuova Sensibilità” si estingue mentre il pubblico continua a divertirsi con le “bourekas“, commedie popolari di poco interesse (1).

L’attuale schiusa ha il suo motore: Amos Gitai, documentarista passato alla narrativa, si dedica all’inizio degli anni ’80, e in una solitudine allora pressoché totale, a diversi soggetti tabù. Yoman Sadeh, racconto della guerra del Libano, nel quale ritorna l’immagine emblematica di una mano che tenta di impedire alla telecamera di filmare, gli valse perfino l’esilio a Parigi per una decina d’anni. Le sue prime opere toccano (il tema) dell’occupazione della Palestina, in particolare in una serie di documentari intitolata Bayit che affronta il soggetto attraverso la storia di una casa.

Questo bulimico della telecamera, che ora adatta Elsa Triolet per la televisione francese e si divide tra Parigi e la sua città natale, Haifa, rifiuta senza alcuna falsa modestia questo ruolo di “padrino” della nuova generazione. “Il miglior servizio che si possa rendere alla propria patria, -dice-, è di fare un cinema forte e critico”. Il ruolo trainante tra gli attori è incarnato dalla magnifica Ronit Elkabetz. Con la sua vitalità sontuosa, un mix di Irene Papas e di Anna Magnani, appare nella maggior parte dei grandi film del decennio.

La schiusa di questo cinema adulto ha altresì permesso ad alcuni autori arabi, tra i quali Hiam Abbas, eroina di Etz Limon, una sorta di perla della Elkabetz, di trovare dei ruoli di primo piano. In Kadosh un attore arabo ricopre quello di un rabbino integralista.

Un’intera generazione si è ammassata al seguito di Gitai. Il conflitto israelo-palestinese, affrontato da prospettive sempre più critiche, specialmente in Vals im Bashir di Ari Folman o Beaufort di Joseph Cedar, è il peccato originale sul quale essa si continua ad interrogare. Allo stesso modo si può quasi trovare, come in Disengagement di Gitai, un trattamento pressoché a caldo della realtà. Oggi questa presenza è così forte che lascia presagire il rischio di un certo accademismo, del quale è rappresentativo Etz Lemon di Eran Riklis: film che trionfano all’estero e che affrontano con umanità l’assurdità della situazione nel riferirsi di persona agli avversari. Etgar Keret, scrittore e cineasta, racconta che il produttore israeliano del film d’animazione $9.99 aveva finito per obiettare che il suo scenario non avesse alcuna ‘problematica israeliana’, “come l’occupazione o la guerra”.

Ormai i film affrontano tutti i soggetti: il peso dell’esercito sulla vita quotidiana (Karov la Bayit di Dalia Hager), la prostituzione (Or di Keren Yedaya), la disgregazione famigliare (Shiva di Ronit e Shlomi Elkabetz), la religione (Kadosh di Amos Gitai).

Tutti hanno in comune uno stesso carattere introspettivo e apertamente critico nei confronti della società israeliana. Sono delle cronache nelle quali l’asprezza dello sguardo disegna un ritratto collettivo sovente impietoso. “La nuova generazione condivide una convinzione: per evocare Israele e le sue contraddizioni occorre allontanarsi dalla pretesa oggettività dei servizi televisivi e raccontare storie in prima persona singolare”, dichiara Ronit Elkabetz, regista lei stessa. L’innovazione è costante, come testimoniano la stupefacente animazione di Vals im Bashir o gli esercizi narcisistici e taglienti di Avi Mograbi (Nekam Achat Mishtey Eynay), sorprendente esperimento che recita ancor più di altri il ruolo di opera scomoda. Tutti i generi sono rappresentati: poliziesco con Matana miShamayim, commedia con Hatuna Meuheret, entrambi di Dover Kosashvili… Non c’è che il cinema coreano a vantare una tale vitalità sulla scena mondiale.

Niente di tutto ciò sarebbe possibile senza un sistema di produzione dedicato. Ci sono 17 scuole di cinema in Israele e lo stato ha istituito nel 2001 un fondo di sostegno, l’Israel Film Fund (IFF), che elargisce ogni anno almeno 12 milioni di euro. I gruppi televisivi contribuiscono al finanziamento dei documentari. Lo stato facilita le coproduzioni internazionali abbassando le tasse alle società cinematografiche straniere e favorendo allo stesso tempo il sostegno a società israeliane.

Queste agevolazioni fiscali del 13% sono concesse solo se il budget delle produzioni straniere sorpassa l’1,5 milioni di euro e se queste sono gestite da un produttore israeliano. Un accordo è stato inoltre siglato tra la Francia e Israele: ciò ha portato alla coproduzione di 28 lungometraggi. Il successo si è sovente manifestato ai botteghini. Ricordiamo, tra gli altri, Va, Vis et Deviens di Radu Mihaelianu (500.000 spettatori in Francia nel 2005), e nel 2007 Bikur ha-Tizmoret di Eran Kolirin (più di 400.000 spettatori).

“Non abbiamo alcun problema di libertà d’espressione, ma abbiamo senza dubbio dei problemi d’ascolto”, dice Gitai. Il ministro della cultura Limor Livnat ha utilizzato, parlando di alcuni lavori, la parola “tradimento” e il regista Yonathan Segal si è recentemente visto rifiutare il sostegno finanziario dell’IFF per il suo film Odem. La vicenda è stata divulgata dal quotidiano conservatore Yediot Aharonot, che aveva riportato un passaggio del dossier promozionale distribuito alla stampa – “Ci è voluto un bell’accanirsi per convincere l’IFF del fatto che l’occupazione è peggiore di quanto Israele non voglia ammettere e che è possibile compararla alla Shoah” – stupendosi che lo stato finanziasse un’opera tale. Alla lettura del servizio la direttrice dell’IFF, Katriel Schory, ha deciso di congelare il finanziamento al film. Il regista, che ha quasi finito le riprese, afferma di ignorare l’esistenza di un tale dossier, di origine inglese, che gli attribuisce delle affermazioni che non ha mai fatto. Quanto a Scandar Copti, coproduttore arabo israeliano di Ajami, ha suscitato indignazione quando si è rifiutato di rappresentare Israele nella gara degli Oscar.

Il cinema israeliano non può essere compreso senza il suo omologo palestinese, ben più riservato. Vi sono dei legami concreti: attori arabi che passano da un film all’altro, amicizia notoria tra i due più grandi rappresentanti, Amos Gitai ed Elia Suleiman. Che bastino? “Il cinema è una finestra a due direzioni, grazie alla quale due società possono capirsi e rispettarsi”, considerano Nurith Gertz, professoressa all’università delle arti di Tel Aviv e George Khleifi, attore e produttore palestinese (2). “Gli Israeliani si sarebbero stupiti nel veder fallire gli accordi di pace del 2000 con la seconda Intifada se avessero visto un film come Hikayatul Jawahiri Thalath (Michel Khleifi, 1994)?, se avessero visto attraverso gli occhi dei Palestinesi lo sviluppo degli eventi durante i sette anni di negoziati di pace concretizzarsi in un lungo periodo di nuove colonie?”

Non si può che constatare, in ogni caso, questo nuovo paradosso israeliano: quello di uno stato la rigidità politica del quale non gli impedisce di lasciar prosperare e addirittura di sostenere un cinema assai critico nei riguardi di un ideale sionista assai brutalizzato.

tradotto da Le Monde Diplomatique #674 del maggio 2010

(1) Questa storia è stata d’ispirazione a Raphaël Nadjari per un documentario di tre ore, Historia Shel Hakolnoah Israeli del 2009.
(2) L’Humanité, Saint-Denis, 11 febbraio 2009.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: